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Riflessioni

 

Elogio del cammino normale

Nell’epoca dell’immagine e dell’apparire, che privilegia quantità e performance, va di gran moda, fra i tanti guinness da primato, ogni forma di cammino particolare e strabiliante.
Che sia il giro del mondo a piedi, magari scalzi, raccontato tutti i giorni in rete, supportato da video ripresi con un drone… eh sì, oggi il drone è il top dei top della tendenza.
Oppure 1759 km percorsi in 25 tappe, in pieno inverno, in totale autonomia, ovviamente superando un dislivello minimo di mille metri die.
Per non parlare dell’apertura di una nuova via di pellegrinaggio, riscoprendo la tradizione del tal santo maisentitonominare; ma è certo un’occasione per esibire spiritualità e, perché no, un po’ di turismo fuori dagli itinerari di massa e, non guasta, di immancabile golosa enogastronomia.
Va da sé, il cammino con la C maiuscola, quello che deve finire per forza in TV o in un libro, anzi, meglio, che è progettato allo scopo di finire in TV o in un libro, che verrà presentato al festival del camminare di Vattelapesca, il Cammino per eccellenza insomma, è quello che deve stupire, attrarre l’attenzione di persone, tutti noi, sottoposti quotidianamente alla martellante pubblicità delle più mirabolanti imprese, chiaramente sponsorizzate dalla nota ditta o, nobile cuore, a favore della benemerita campagna di solidarietà XYZK.
Mi direte: “ma cosa c’è che non va, sprezzante criticone? Sei solo un invidioso!”
Sono d’accordo. Lo riconosco. Sono un invidioso.
Ma il problema, pensiamoci meglio, è proprio il suscitare la mia invidia… solo la mia?
Ma perché verrebbe fatto? Credo sia per farci sentire inadeguati o, se preferite, delle gran merde, degli stupidi ed inutili fantozzi, degli schiavi robot disposti a subire qualunque cosa, perché tanto non si è all’altezza dei supereroi di turno e di riferimento.
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Che uomo o che donna sei se non trovi il tempo per andare a zonzo 3 mesi, con una zebra che ti porta zaino e tenda, mollando la tua stressante routine e scoprendo quanto è meglio la libertà del muoversi senza meta, trovando ospitalità e sorrisi ovunque, perché la vita è bella e va vissuta fino in fondo, nel qui e ora, e bla bla bla.
Ed ecco l’invidia, che è il peggiore dei mali, che ti rode dentro; ti propone l’ansia di fare, di buttare al vento tutte le tue paure, di emulare, facendoti stimolare, trovando il coraggio di cambiare finalmente tutto… salvo poi, amaro risveglio, scoprire che non puoi, non ce la fai, non è proprio possibile voltare pagina, uscire da binari percorsi da sempre, dalle aspettative, dalle necessità, dalle costrizioni, dal dovere campare tirandoacampare.
È qui che l’invidia, che all’inizio innesca una tensione positiva, poi si trasforma nella fonte di una insidiosa e malefica depressione, autosvalutazione, disistima nella sostanza. Perché se non ce la fai ad essere il fico che va in prima pagina per il cammino più originale dell’anno, beh, allora non vali proprio niente, allora non ti meriti niente, certo non di sognare di fare come quel tale che ogni anno inventa un nuovo e meraviglioso cammino.
Ed è per questo che, alla fin della fiera, è meglio accettare il poco che abbiamo, quella catena corta che ci tiene legati a queste noiose non vite, tanto ribellarsi è impossibile, meglio adattarsi, nascondersi, rassegnandoci ad ubbidire a questo, non poi così spiacevole dopotutto, modello di sopravvivenza, come una merce fra le altre merci.
L’invidia mortificata è il nocciolo duro del meccanismo di sfruttamento dell’umanità nell’era del capitalismo e del denaro e successo come unico dio.

Elogio del cammino normale

Che è quello che faccio tutti i giorni. Con i miei piccoli, silenziosi e anonimi passi. Che non mi porterà fama o denaro, ma solo la consapevolezza di me stesso, con i miei limiti e contraddizioni e fragilità, che tali probabilmente resteranno, nonostante tutti i miei sforzi. Godendo del poco, con sobrietà, in parte scelta e in parte subita. Ancorato a quel che sono davvero, guardando i miei veri sogni, quelli che mi giungono come saggezza ogni notte, e non quelli indotti dall’industria del consumo. Disincantato sulle false chimere, ma concentrato sulle sensazioni del normale, e mai banale, esistere. Facendo quel che posso, dove e come e quando posso, sapendo che accontentarsi è la ricetta della felicità.

E chi ha la fortuna e la capacità di fare i grandi viaggi? Beato e bravo lui. Se li faccia e se li goda, con tutta la modestia e la discrezione del caso. Perché se lo scopo, non certo dichiarato, è farsi invidiare o, più terra terra, il vendere qualcosa, o entrambe le cose, sappia che è nemico del nostro quieto vivere e quindi… peste lo colga!

Guido   Ulula alla Luna

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