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Riflessioni

Coronavirus – L’attesa

Lettera settimanale di Franco Michieli.

21 marzo 2020.

Care amiche e cari amici,
l’impossibilità di trovarci insieme in cammino negli spazi aperti della natura, per un tempo che è ancora imprecisato, mi ha fatto pensare che potrei restare in contatto con voi scrivendo periodicamente una lettera. Una forma antica di contatto a distanza, in parte diversa dal passato perché viaggia comunque in rete, priva della materialità che rende le lettere cartacee ben più ispiratrici, ma che almeno conserva un approccio più meditato e lento rispetto agli scambi frenetici sui social.
Fino a qualche settimana fa sentivo con entusiasmo l’accorciarsi dell’attesa per i nuovi cammini selvaggi messi in calendario quest’anno: Scozia, Islanda, Norvegia… sarebbero stati straordinari come quelli vissuti di recente. Ora l’attesa non ha più un confine temporale noto: sta davanti a noi senza dimensione e con scarsa visibilità. Il primo pensiero in questa invisibilità è per le persone che si ammalano, o che muoiono, e per i loro familiari. Chi di noi riesce a conservarsi in salute, al momento deve viverlo come una fortuna e una grazia.

Per tutti però c’è qualcosa che non può andare perso, che dobbiamo conservare anche ora e nel futuro incerto. I cammini, con la particolare impostazione che caratterizza quelli della Compagnia, rappresentano tempi dedicati a ritrovare il mondo, la sua corporeità e le ricchezze che essa contiene; sono giornate o settimane che valgono da antidoto esperienziale alla perdita del rapporto con la Terra che caratterizza la quotidianità di quasi tutti. Sapevamo da tempo, e cento volte ne abbiamo parlato in cammino, in tanti momenti di sosta e riflessione, che lo sviluppo della civiltà globale contemporanea è insostenibile, e che da un momento all’altro sarebbero accaduti eventi giganteschi a scuotere ambienti impossibilitati a conservarsi in posizioni di squilibrio. L’anno scorso, in Scozia, Islanda, Norvegia, era capitato di ricordare che questi scossoni avrebbero potuto avere forma di pandemie.
Quando si è isolati fra deserti, affaticati da lunghe tappe e zaini pesanti, senza connessioni web, con cibo razionato, i pensieri rispecchiano al tempo stesso l’adesione ai bisogni del corpo, alla materia naturale e alla spiritualità che essa evoca: diventano più lungimiranti, più consapevoli. La più grave manchevolezza della civiltà contemporanea è di aver spezzato la percezione del reale; la vita virtuale, che in questi giorni i media salutano come salvezza, è in verità la causa dell’incapacità globale di capire gli effetti delle nostre azioni. Oggi sono medici e infermieri i più presenti e consapevoli nel curare e salvare: per forza! Sono tra le poche categorie che quotidianamente convivono con la corporeità degli esseri umani, e quindi della natura, della Terra. I grandi decisori delle sorti umane se ne stanno da tempo su twitter: che cosa dovremmo aspettarci?
Sono sempre stato felice di ritrovare in cammino, in quasi tutti i miei gruppi, medici, infermieri, dentisti, veterinari, quasi sempre donne: tantissime, e ogni volta una garanzia di sensibilità e consapevolezza che si riflette su tutti.
In questa attesa rischiamo di farci ancor più sudditi della virtualità: tutti ce la consigliano. Non si può viaggiare, nemmeno uscire di casa, dunque viva la rete! Eppure una buona gestione della vita richiede che i prodotti dell’immaginazione siano sempre e fortemente affiancati dalle risposte dell’esperienza corporale. Per fortuna molti di noi hanno già enorme nostalgia del mondo reale, ma ricordiamo che presto dovremo lottare per riconquistarlo. Intanto, anche se lo spazio in cui attendiamo è molto ristretto, è il momento di valorizzare la fisicità accanto alle nebulose della mente nostre e altrui. Un’amica, compagna di tanti cammini selvaggi, mi ha inviato il breve e perfetto sonetto di William Blake Auguries of innocence, che ispira questa resistenza:

To see a World in a grain of sand
And a Heaven in a wild flower,
Hold Infinity in the palm of your hand
And Eternity in an hour.

Che può essere così tradotto:

Vedere un Mondo in un granello di sabbia,
E un Cielo in un fiore selvatico,
Tenere l’Infinito nel cavo della mano
E l’Eternità in un’ora.

Sarebbe facile ingannarsi, pensare che con l’immaginazione possiamo ricreare tutto ciò che ci serve senza bisogno dell’universo reale. Al contrario, Blake suggerisce che ogni piccola cosa reale che sta accanto a noi, che di solito ci sfugge, contiene pezzi immensi di universo. Non l’immagine di un granello di sabbia ci serve, ma un granello vero: prendetelo, non è come si crede, è pieno di complessità e misteri; ma per coglierli occorre tenerlo in mano. Osservate la foglia di una pianticella domestica: è tutt’altro dalla foto di una foglia! Guardatela bene: le nervature ricreano il corso principale e gli affluenti di quei fiumi presso cui abbiamo camminato e che ora ci mancano. Il palmo della mano: chi ha viaggiato con me sa che dita e rughe delle mani si trasformano, nei nostri percorsi, in mappe che ricordano forme e segni del territorio, che ci guidano in assenza di classiche cartine. I nostri arti servono anche a qualcosa di meglio che a ghermire; ecco cosa ricorda Barry Lopez in Sogni artici:

«Un’indigena, sola e malinconica in un letto d’ospedale, raccontò che a volte alzava le mani davanti agli occhi per fissarle: “Nella mia mano potevo vedere le coste, le spiagge, i laghi, le montagne e le colline che avevo visitato. Potevo vedere le foche, gli uccelli, la selvaggina…”».

Nell’aria e negli angoli delle nostre case fanno la comparsa piccoli insetti. È la natura selvaggia che ci visita. Avete mai notato lo spavento di un piccolo ragno dalle zampe sottili quando viene scossa o rotta la sua tela vicino a un soffitto? Non avete riconosciuto voi stessi in quel correre disperato? Non vi siete commossi vicino a una mosca, a un coleottero, a un’ape, a una farfalla rimasti prigionieri nella vostra casa, come ora lo siamo noi, che lottano per uscire battendo contro il vetro? Liberiamoli con cura e dolcezza, facciamoli uscire nell’aria libera, forse anche Terra e Cielo avranno compassione di noi e ci permetteranno di tornare a loro.

Buon cammino, anche tra gli angoli delle nostre case.

Franco Michieli
franco@cammini.eu