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Le fiamme dell’Alpe di Tramin

Rubrica: Le bocche fiamminghe. Grandi alberi scavati dal Tempo

Autore: Tiziano Fratus

Stazione 1: Le fiamme dell’Alpe di Tramin
Regione: Trentino Alto Adige
Valle del comune di Sarentino (BZ)
Località: cima dell’Alpe di Tramin

L’Alpe di Tramin non si trova a Termeno, lungo la strada del vino, come molti vi consiglieranno. Bisogna al contrario superare Bolzano, attraversare il mondo sospeso che sbircerete superando una serie numerosa di gallerie e approdare in val Sarentino. Superato il comune capoluogo si percorre l’intera vallata, statale 508, fino a Pennes/Pens, qui si devia a destra per Asten/Laste. Consiglio di parcheggiare alla Gasthaus Elizabeth (zero italiano), procedere a piedi verso l’abitato, virare a destra seguendo le indicazioni per i sentieri che portano alla cima del monte, che io trovo celato da una folta nebbia. Sentiero 13, Traminer Alm / Traminscharts. La montagna ti viene addosso, superi un ponticello e inizi a scalare pietre, sentieri sempre più stretti e venati dalle radici dei larici e degli abeti. Le nebbie gonfiano l’aria e riducono il raggio d’indagine dello sguardo. Attendo che sbuchino, da un momento all’altro, Basho o Confucio, appesi ai loro bastoni nodosi. Salendo si incontrano molti esemplari contorti, bucati, maltrattati dal Dio dei fulmini e da altri danni naturali, o umani.

Le bocche fiamminghe. Stazione 1: Le fiamme dell’Alpe di Tramin. Autore: Tiziano Fratus

Arrivato alla cima – duemila metri – inizio ad ammirare alcuni corpulenti pini cembri. Difficile non farsi venire in mente le mani del Cristo della macchina d’altare di Issenheim dipinto da Matthias Grünewald, cinque secoli orsono. Dita lunghe come le radici che si proiettano, che si gettano ad arpionare il mondo. Per non volar via, o farsi trascinare a valle dalla pioggia che si fa più insistente. Le nebbie vorticano risalendo la montagna e fermentandosi dopo la rincorsa. Nebulano dinnanzi al mio sguardo: mi fissano con tutti i loro mille occhi. Due casupole in legno, da una parte, mentre di fronte, oltre il sentiero che sto percorrendo, incontro il gruppo di «pini primigeni», come li definisce Martin Schweiggl nel suo Custodi del tempo, dedicato ai grandi alberi del Sud Tirolo. Diverse conifere arroccate, alcune spaccate fino al cuore, che rivelano come se lì dentro ardesse una fiamma lignea che ha il colore del fuoco: arancioni vivaci resistono pietrificati. Fiamme congelate. Misurarle non è facile, sono in condizioni precarie e da soli, talvolta, è rischioso. Il maggiore che incontro presenta una circonferenza del tronco pari a sei metri, a petto d’uomo. Ma si tratta d’una misura indicativa. Sono cirmoli, pini cembri (Pinus cembra). L’età stimata raggiunge quota mille anni. Mille anni di storia umana ora concentrata in questa macchina del tempo che ho di fronte. Un battito di ciglia nella storia del pianeta. Lo fisso e mi torna in mente una riflessione del filosofo Andrea Emo: «Le cose in sé sono mostruose perché sono e non sanno di essere; ignorano la loro solitudine e la nostra».

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