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Riflessioni

[L’opinione di Guido] Camminare fa bene alla salute. Sempre.

Cari compagni di cammino, in questi anni abbiamo coi nostri passi riscoperto la natura e, camminando, la nostra autentica natura, che è libera selvatica ed empatica. Abbiamo sicuramente coinvolto in questa avventura, che è solo una costola del più ampio e variegato arcobaleno ecologista, una fetta crescente di popolazione e un apparente consenso della cultura medico scientifica. Un esempio di questo è che ormai nessun medico nega come consiglio di salute di praticare almeno un’ora di passeggiata al giorno. Poi è arrivata la pandemia Covid. Ed è opportuno, ora, fare alcune riflessioni, fare il punto “vero” di quanto la cultura del camminare ha inciso nel nostro paese. Propongo come metro di paragone quello che in questi giorni avviene in Belgio. Una nazione con tasso epidemico anche più grave del nostro e con provvedimenti di chiusura anche più drastici di quelli italiani. Con una differenza. Oltre a ribadire i famosi 3 capisaldi (mascherina, distanziamento fisico e disinfezione delle mani), ne hanno aggiunto un altro, che è invitare “tutti” a praticare un’attività fisica all’aria aperta. E da noi? Esattamente il contrario. State in casa, state in casa, state in casa. Se proprio siete così viziosi che, per il futile motivo di voler camminare, non potete far a meno di uscire, diventando fonte di contagio, fatelo nelle immediate vicinanze di casa. E siccome sappiamo che siete biricchini e incivili, se vi becchiamo in un parco fuori zona vi multiamo. Esagero? Nella mia città funziona così, senza un’elevata incidenza dell’epidemia e con svariate possibilità di camminare per campagne con pochi minuti di moto a piedi dal centro. Una bella differenza dal Belgio. E dal buon senso, visto che è evidente a chiunque che camminare individualmente all’aria aperta non solo non comporta alcun passaggio del virus, che avviene più facilmente negli ambienti chiusi, ma è estremamente utile per rafforzare il nostro sistema immunitario, oltre a contrastare paure e depressioni che la clausura porta con sé. Spero ci siamo accorti tutti che la scienza non è un monolite e che, per fortuna, c’è e serve dibattito di opinioni diverse per farla progredire. Si stanno scontrando due visioni della salute. Una, che chiamo “vecchia”, che ragiona in modo meccanicistico, causa effetto, per la quale l’unico contrasto all’epidemia è combattere il virus. L’altra, che spero sia la nostra, che amplia il concetto di salute, lo vede nella sua complessità, capendo l’importanza della corretta alimentazione e della cura del corpo, intrecciata ad analoga attenzione alla mente, agli affetti e alla spiritualità.

Cari compagni di cammino, il senso di questo scritto è sollecitarci tutti ad essere meno passivi, meno remissivi, meno timorosi. In modo pacato, civile, senza sterili polemiche, dobbiamo comprendere che la battaglia delle idee è cosa fondamentale, e che i momenti di crisi sono quelli più proficui per farla, visto che tutti i cittadini la vivono in prima persona. Nei prossimi mesi, sperando si tratti solo di mesi, non smettiamo ovviamente di salvarci la vita continuando a camminare, anche clandestinamente se serve, ma prendiamo carta e penna e facciamo sentire le nostre idee forti in ogni ambito, sui media come verso le istituzioni e l’intero mondo medico scientifico. E se facciamo questo come Associazioni che sul campo hanno acquisito credibilità e visibilità, tanto meglio. Non vorrei che la cultura del cammino abbia fatto presa nei mondi, e interessi, del turismo e dello sport solamente. Nulla di male, per carità. Ma ben poca cosa rispetto alla rivoluzione del nostro modo di concepire la vita che il cammino consapevole ci ha donato. Per non parlare dell’urgenza di contribuire a far fare scelte drastiche di comportamento sano verso la salvaguardia del pianeta, per le quali non sono sufficienti i nostri sforzi soggettivi, ma occorre far cambiare la testa e il cuore di chi ha il potere delle decisioni importanti. È tempo che anche da noi camminatori esca un grido di “ribellione all’estinzione”.

Guido Ghidorzi