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Riflessioni

[L’opinione di Guido] La convivialità è un bene prezioso

Riceviamo e volentieri pubblichiamo

La convivialità è un bene prezioso

L’uomo non è un animale solitario. Gli studi hanno confermato che il nostro benessere dipende da quanto riusciamo a empatizzare fra di noi (le cellule specchio del cervello ne sono lo strumento). Detto in altro modo noi umani andiamo in sofferenza se non coltiviamo la convivialità. La convivialità è la struttura fondante della specie umana, perché noi siamo mammiferi, cioè profondamente affettivi. E solo se ci relazioniamo fra di noi non andiamo in depressione. La convivialità nutre il nostro bisogno primario di calore affettivo, è il nostro sole interiore. Non è un caso se il sistema capitalistico, che ha il profitto al primo posto, ostacola in tutti i modi la convivialità, promuovendo al contrario l’individualismo. L’uomo solo va in depressione e... consuma di più. L’essere entrati in maniera dirompente nell’era digitale e nella socializzazione virtuale è un altro duro colpo alla convivialità, che abbisogna di contatto fisico, di sguardi, abbracci e sensorialità tutta. L’inganno è ancor più cocente, perché ci viene fatto credere che coi social virtuali noi comunichiamo di più. Ed invece siamo solo merce, da usare per il grande business della pubblicità, attraverso l’appropriazione di tutti i nostri dati personali.

Oggi si parla di un prima e di un dopo coronavirus, lasciando intendere che il prima era "bello e buono" e il "non sarà più come prima" porterà svantaggi. Ma siamo certi che "prima" andava tutto bene? E allora perché si è prodotto il coronavirus? Bisogna tornare a ragionare sugli effetti della depressione. La caratteristica di ogni malattia infettiva è che non è sufficiente il virus o batterio che attacca il nostro organismo. Questo attacco produce patologia solo se le nostre difese, il nostro sistema immunitario, è deficitario, è depresso. Una branca della medicina, la PNEI, psico neuro e doccino immunologia, volgarmente conosciuta come psicosomatica, ha dimostrato che la nostra immunità è direttamente collegata all’equilibrio psico affettivo della persona. Perciò, in estrema sintesi, sono le persone depresse che hanno un sistema immunitario depresso e quindi si ammalano in maniera grave da virus e batteri. Se togliamo la quota di popolazione fragile perché già malata e immunodepressa anche per le cure mediche che sta facendo, il grosso delle depressioni ha altre origini. Solitudini in primis, pensiamo ad esempio agli anziani. Frustrazioni di tante nostre ambizioni, spesso ad arte inculcateci da modelli sociali altamente competitivi. Povertà, guerre, disastri ecologici. Paure e insicurezze di ogni tipo, di cui quelle da cambiamenti climatici causati dall’uomo stesso, che mettono a rischio la nostra stessa sopravvivenza di specie, sono uno dei fattori principali. Prima la depressione e poi il coronavirus, e non viceversa. I virologi ci spiegano che l’unico provvedimento ad oggi utile per contrastare questa epidemia è il distanziamento sociale. Che durerà un tempo indefinito. Dobbiamo aver chiaro che di fronte ad un beneficio di queste restrizioni, c’è un ulteriore e drastico affossamento della convivialità. E questo porterà ulteriore depressione. Farà più morti il coronavirus o la depressione causata dai provvedimenti per contrastarlo, comprese le ricadute eonomiche negative? Sicuramente entrambi. Sembra un vicolo cieco, un meccanismo perverso, un circolo vizioso. Come uscirne? Nessuno sa come ne usciremo da questa situazione altamente complessa. Il metodo non può essere che "un passo alla volta". Dev’essere tuttavia imprescindibile un punto d’arrivo. La convivialità è il bene più prezioso per l’umanità. Se l’uscita da questa crisi sarà un mondo chiuso in se stesso, con limitazioni alla nostra libertà, con l’affermarsi di legislazioni autoritarie, produrrà un danno radicale al DNA conviviale della natura umana. Il dogma dell’immunità di gregge non può esser pagato al costo salatissimo di diventar tutti "gregge", in balia dei potenti del pianeta. Occorre immaginare, e lavorare, affinché una crisi sia anche occasione di cambiamento. Ecologia dell’ambiente ed ecologia della mente. Salute al primo posto sì, ma individuando le vere cause che l’hanno compromessa. Un punto importante di riflessione ci viene poi dalla psicologia che cura gli eventi post traumatici. Dalle paure, dal dolore, dal senso di morte è più facile uscirne se ci concentriamo sulla riscoperta dei piccoli piaceri della quotidianità. È la vita che contrasta la morte. È la vita che deve seguire la morte. È una legge di natura, che contiene più saggezza del nostro altalenante pensiero razionale. Un buon esempio è quello del Decamerone. Per sfuggire alla peste, un gruppo di giovani si rifugia in una villa di campagna e si "distrae" raccontandosi novelle che parlano d’amore e di sesso. La cura, quella vera, è tornare ad amare la vita. Potremmo chiamarla CUOR VIRUS.

Guido Ghidorzi