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Camminare

 

Dalle montagne alla costa dei trabocchi

Quando ero piccolo e i miei mi mandavano dagli zii al mare, io non vedevo l’ora!
Ma più che per il mare in sé e per sé, era per il viaggio.
Un lungo viaggio in treno che iniziava in mezzo alle montagne d’Abruzzo e - facendo scalo a Pescara - si concludeva a Termoli.
Insomma, un viaggio che poteva già trovare ragione in una frase di William Wordsworth.
Due voci possenti ha il mondo: la voce del mare e la voce della montagna.
Ed era un viaggio meraviglioso. Permetteva di ammirare le principali montagne d’Abruzzo immerse nel cielo blu; e poi osservare il frastagliato litorale tuffato nel blu del mare, che soltanto dopo avrei scoperto essere la costa dei trabocchi.

Appena si saliva in treno, non si faceva in tempo ad arrivare ad Avezzano, che già si poteva vedere a nord la bella sagoma a tre punte del Monte Velino. Poi il Sirente, il Fucino, la Majella. Ora, le montagne erano finite.
Ma non i miei sogni.
Il treno procedeva verso la costa e in poco sarei arrivato a Pescara.
A Pescara si scendeva e si prendeva il treno che sarebbe arrivato a Termoli. Il treno correva veloce, proprio in riva al mare. In alcuni tratti sembrava che volesse tuffarsi nel mare blu rilucente!
La costa, vista dal treno, era affascinante quanto le montagne con la differenza che era molto più vicina, ma non riuscivo a osservare attentamente il suo fluire.
Avrei voluto camminare; essere al posto del treno!
La costa cambiava rapidamente: prima le spiagge di sabbia, poi quelle di ciottoli, i borghi con i porti, le insenature, gli scogli, ancora sabbia, ora i ciottoli e di nuovo borghi!
E di tanto in tanto minuscole casette di legno infisse su pali che sprofondavano tra gli scogli e parevano ragni. Erano antiche macchine da pesca che, fatte così, esistevano ed esistono solo qui; e se sono altrove è perché chi le faceva qui è andato a costruirle fuori, fin sul Gargano, fino al delta del Po.

Solo con gli anni, tornando al mare dagli zii a Termoli, avrei “decifrato” il paesaggio: Francavilla con la sua lunghissima spiaggia di sabbia chiara, Ortona a Mare col castello Aragonese abbarbicato sul promontorio, San Vito Chietino e il piccolo eremo d’annunziano, Fossacesia con l’Abbazia di San Giovanni in Venere tra gli uliveti digradanti verso il mare; la Marina di Casalbordino con le colonnette di pietra con su scritto R.T. Regio Tratturo: significava che le pecore che tante volte avevo visto tra le montagne transitavano proprio qui, in riva al mare!
E poi Punta Aderci integra ora come allora, la bella Vasto col palazzo Farnese poggiata su un’altura che guarda le isole Tremiti e il promontorio del Gargano, le lunghissime spiagge, la pineta dunale di Petacciato e infine la città fortezza di Termoli.
Il mare diventava così il collante di paesaggi tanto diversi.
Il mare che riusciva a essere rissoso, arcigno, violento e che infine ha “scacciato” la ferrovia.
E adesso la ferrovia corre più all’interno.
Mentre io posso camminare sulla lunga striscia bianca che fiancheggia il mare, senza più traversine, né binari, né tralicci.

Così il viaggio si è trasformato in cammino; in un cammino a passo lento sulla costa dei trabocchi.

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