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Riflessioni

[L’opinione di Guido] Appello ai giovani

In un’intervista è stato chiesto all’architetto Fuksas qual è il male dell’Italia.
Risposta: da 20 anni le forze politiche, tutte, non fanno altro che litigare.
La colpa di chi è? Dobbiamo essere spietatamente sinceri. Nostra. Di tutti noi. Abbiamo perso la conoscenza che la Politica, l’interessarci alla soluzione dei problemi della polis, è l’espressione più alta dell’uomo. In quanto l’uomo è una specie animale biologicamente sociale.
È del tutto evidente che l’idea che “la politica è una cosa sporca” ha fatto e fa il gioco dei potenti che, nel disinteresse generale, possono fare i loro affari senza reale controllo. Che dire poi dell’illusione che buttare istintivamente la nostra opinione sui social virtuali equivalga al fare politica? Pura idiozia. La politica, al pari dell’istruzione e del rapporto medico paziente e dei dialoghi amorosi, va fatto guardandoci negli occhi. Accettando che l’arte del compromesso è complessa e solo in una faticosa relazione di emozioni e sensazioni, segnali corporei che nessuna macchina può copiare, riesce a far germogliare quel miracolo che ha come nome “agire per il bene comune”.
Sappiamo tutti, e non c’è bisogno di dilungarsi, che ci attendono tempi difficili. Che possono però diventare addirittura entusiasmanti se intuiamo le possibili nuove opportunità per un “mondo migliore”.
Noi adulti e anziani abbiamo allora un compito fondamentale. Educare. Senza sottrarci, se ce la sentiamo, a dare il nostro contributo civico, dobbiamo lanciare un appello ai giovani. Ai nostri figli, ai nipoti, ai ragazzi tutti, dobbiamo tornare a dire della nobiltà del fare politica. Dobbiamo smettere di lagnarci, di criticare e basta. Dobbiamo fare autocritica, perché negli ultimi decenni, come ci ricorda l’architetto Fuksas, abbiamo acconsentito a che la politica diventasse un’arena di porci.
Tanto parlare, e giustamente, di empatia. Ma che cos’è l’empatia se non il saper affrontare il nostro “nemico” con spirito aperto, sapendo che se vogliamo superare la sterile distruttività dello scontro fine a se stesso, occorre metterci nei suoi panni, comprendendo anche le sue ragioni, per poi farne una sintesi costruttiva?

Guido Ghidorzi