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Riflessioni

Psicosomatica del Coronavirus

Una ipotesi psicosomatica sulla pandemia Coronavirus.

In molti stiamo riflettendo su cause e conseguenze della pandemia da Coronavirus. Ormai sappiamo che i fenomeni hanno molte sfaccettature, sono cioè complessi. Tanti sono i fattori che interagiscono. Alcuni più importanti, altri meno. Alcuni di pura fantasia, e oggi li chiamiamo fake news. Altri sono più interessanti e ambiscono a validazione scientifica. Una cosa è certa: ad ora nessuno ha saputo spiegare convincentemente quel che sta accadendo a livello planetario. E che tutti ci coinvolge. Ognuno può dare un contributo di conoscenza, in base alle proprie competenze. Basta lo si faccia con sincero spirito di approfondimento, senza secondi fini, con modestia intellettuale. Nessuno ha la verità in tasca.

La psicosomatica è una branca ufficiale della medicina che indaga le correlazioni fra la condizione psico affettiva dell’essere umano e l’insorgenza di malattie organiche. Se si tratta di malattie che colpiscono un’alta percentuale della popolazione, si tratterà di osservare fattori che vanno oltre il conflitto della persona, per analizzare problematiche dell’intera società e, addirittura, del tipo di civiltà in corso.
Quanto la viremia è connessa ai cambiamenti climatici? Quanto all’atteggiamento distruttivo e predatorio dell’uomo verso la natura, e in particolare verso gli animali? Quanto l’inquinamento, e in specie le polveri sottili, aggravano i problemi respiratori del Cvirus? Quanto l’inurbamento selvaggio contribuisce al diffondersi dell’epidemia? Eccetera.

Ebbene, dal versante psicosomatico vanno messi in luce due aspetti. L’organo principalmente colpito, quello che è causa di morte, che è il polmone. E il fatto che dietro ogni infezione, perché provochi malattia nell’uomo, è necessaria una depressione del sistema immunitario, altrimenti le nostra difese rendono inefficace l’attacco di virus e batteri. Come avviene, per fortuna, nella maggiorana dei casi. La psicosomatica sostiene un legame diretto fra depressione della persona e depressione del suo sistema immunitario. Quindi fra incidenza di depressione nella società e una malattia infettiva altamente contagiosa, con complicanze mortali rilevanti. Ma i polmoni cosa rappresentano? Per l’antica medicina tradizionale cinese sono l’organo della tristezza. Sono altresì tanti gli spunti sulla tisi polmonare che ha caratterizzato l’800 e il suo legame col romanticismo. Quel travaglio dell’anima, quella sofferenza esistenziale, quella tristezza che pervadeva personalità sensibili in un’epoca storica di incredibili mutamenti socio economici, con l’affermazione dell’industria, del materialismo, del positivismo, del razionale al primo posto, a discapito dell’universo dei sentimenti. La fisiologia ci insegna che il polmone serve a uno scambio col mondo esterno, prendendo da esso ossigeno e rilasciando anidride carbonica. È dunque un organo di relazione. Due persone che parlano “respirano la stessa aria”. I polmoni sono ben aperti, ossigenati, se la persona è aperta al mondo, al relazionarsi positivamente col mondo. I polmoni sono chiusi, come nelle polmoniti, se la persona è chiusa al mondo, chiusa in se stessa, incapace o impossibilitata a costruire relazioni che nutrono il proprio bisogno psico affettivo. In sintesi allora, un’ipotesi di lavoro sul Cvirus ha come parola chiave che è mortale chiudersi al mondo se cadiamo in una profonda tristezza, in una depressione, dovuta a dinamiche sbagliate nel relazionarsi fra gli umani o fra gli umani e l’ambiente.

Ricordiamoci che noi umani siamo mammiferi, e abbiamo come radice della nostra natura l’affettività, l’empatia, il riconoscerci negli altri attraverso le cellule specchio del cervello. Si chiama convivialità. La convivialità è il meccanismo fondamentale che ha sotteso le relazioni umane per migliaia di anni. È il sostenersi l’un l’altro nel momento del bisogno, la solidarietà, la famiglia, il gruppo amicale, la tribù, il partito, la chiesa ecc. L’uomo da solo soffre, si intristisce, fino ad ammalarsi, fino alla morte.

Teniamo presente che viviamo in un sistema capitalistico, che mette il profitto al primo posto, e non certo la felicità. E che l’ideologia dominante educa all’individualismo, al farcela da soli, alla competizione. Il gioco, drammatico gioco, è fin troppo evidente. L’uomo da solo va in sofferenza, perché va contro la sua natura conviviale, e… sublima consumando. Viviamo di consumismo. Ma siamo vivi se consumiamo? Patologica dunque è la solitudine. La domanda utile è se nell’epoca globalizzata e interconnessa col virtuale la solitudine aumenta o no. L’apparenza è che non siamo mai soli.

La realtà è che una polmonite denuncia la depressione e la chiusura al mondo di una fetta rilevante di persone. Vogliamo parlare del modello “case di riposo”? Non è una vergogna che nella morente convivialità ghettizziamo i nostri anziani in luoghi avulsi dal contesto dove hanno vissuto e intrecciato i loro legami affettivi? Lì, chi non si reinventa una nuova socialità, muore triste e solo. Vogliamo parlare delle disperanti solitudini che allignano nelle città, nelle megalopoli? Certo, associazioni di ogni tipo operano per mitigare l’antinaturale e anticonviviale modo di vivere urbanizzato. Ma quanta gente non ha risorse economiche e culturali per dotarsi di un tessuto affettivo in una civiltà dove solo le merci e il denaro contano davvero? Vogliamo poi riflettere (magari assieme allo psichiatra Vittorino Andreoli e al suo libro “Il cervello in tasca”) sull’illusione social del cervello digitale che, al netto di indiscutibili vantaggi sul fronte dell’ampliamento delle competenze cognitive, crea un deserto di sentimenti ed empatia. La macchina non ha sentimenti ed empatia.

Se queste accennate sono ipotesi sulle cause o concause della pandemia, la soluzione è ovviamente non tornare come prima. Solo una società pienamente conviviale ed empatica dona felicità e salute all’essere umano. La terapia del “distanziamento sociale” se ha senso in una prima fase acuta epidemica, diventerebbe una “cura peggiore del male” se intesa come strategia del nostro futuro collettivo.

Guido Ghidorzi