A piedi scalzi

Dell’attore Stefano Lucarelli, camminatore, pubblichiamo un secondo testo che ci ha mandato, dedicato ai piedi, dopo quello del numero scorso.

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Redazione CdC
21 mars 2013

Allora è meglio scendere.
Tornare coi piedi per terra…
E mai come questa volta la sapienza popolare si traduce in un vero manifesto universale: tornare coi piedi per terra…
Uscire dalle finestre e concedersi l’aria.
Come quando l’hai acchiappata bruciandoti i polmoni la prima volta nella tua vita prima di metterti in piedi…

E te ne stai per qualche attimo in bilico e poi… patapunfete…
con fatica ti rialzi e col sostegno delle due dita indici della mamma ricominci a mettere i primi passi: uno davanti all’altro, uno davanti all’altro…
Scalzo.
Appoggiato sulla terra.
Scalzo.
Perché su quella terra sei tenuto dalla gravità
Scalzo.
Perché scalzo sei venuto e scalzo te ne andrai se non ti rinfileranno le scarpe…
Scalzo.
Anche se protetto dall’intimità della casa
Il corridoio, le scale, il cortile: in un batter d’occhio tua madre non ti tiene più, sei sciolto, libero.

A correre dietro un pallone, un aquilone, una tana, un bar, una piazza, una puzzola, un onda.
Nei passi c’è descritta la vita, ecco perché quando sono stesi percepisci subito la morte e allora si ha bisogno di provare il solletico e i pizzichi…
Nella città che s’apre come un guscio di noce si corre zompando i quartieri.
Rotoli di marciapiedi e autobus e metro e grandi piazze, quelle di tutti e per tutti, dove tutti si riversano tutti insieme per lasciar viaggiare gli sguardi.
Intorno l’aria frizzica e s’illumina dei neon ammalianti.

Col tempo le corse e gli strusci infiniti tra coni gelato e pizze al taglio e baci dietro fontane spruzzose hanno lasciato il posto ai pedali: motorini, frizioni, freni e acceleratori carburosi.
In fila in quattro o cinque dentro un improbabile abitacolo odoroso di deodoranti e voglie animali…
Ma resta il muscolo addormentato, la mente otturata, lo sguardo assente e la musica che batte un ritmo di quattro in quattro, senza sosta, senza limite di continuità con quella che la cubista ingaggia mentre sbatte lo stivale puntuto, mostrando a tutti come si fa ma anche come non sarai mai.

Poche pause.
Le vacanze estive e i pomeriggi tra sabbie e prati intendati.
Strani terrazzamenti e sandali infradito a segnare l’unica trasgressione alla suola della scarpa.
Il tuo piede, ormai, intrappolato nel passo cittadino:
Nella convulsione di un ritmo costretto.
Nell’odore di un calzino saturo d’ufficio.
Nel raffreddamento di un condizionatore domestico.
Poco tempo, poco tempo per la loro cura.
Dal callifugo agli appoggi inventati, fino alle scarpine belle che non si sporcheranno più, appoggiate ormai in bella mostra sopra le predelle di una carrozzella elettrica.
Eppure nei mesi o forse anni di inattività cresciuta tra un programma televisivo e un altro dove tutti mettono i loro piedi mentre noi li stendiamo, ci siamo imbattuti in piante capaci di saltare, intuire, imparare a memoria ostacoli, percorsi, stagioni.
A dare un senso e un senso comune di bene comune a quegli ostacoli, ai quei percorsi, a quelle stagioni che da grandi diventano geografie sentimentali, geografie insostituibili, geografie assaggiate da difendere, proteggere, salvaguardare, coi denti e con le mani per non farseli scippare…
Non c’è nulla di basso o di scarso nel stare coi piedi per terra.
Anzi, è proprio lì che si deve ricominciare.
Superando l’anonimato dei condomini per dare un nome e un cognome alle cose.
Alle spine, ai campi, finanche alle pietre.
Preistoria di una memoria.
Per recuperare se stessi…
E in quelle giornate, organizzate per tappare le automobili e i gas di scarico, rovesciati sulle strade e sui tornanti, sui viottoli come sui sentieri, tornati di nuovo da camminare sembra che si possa recuperare un tempo.
Il tempo di un passo iniziato che non può più essere fermato: il passo del profugo o il passo del pellegrino, tenace, convinto, forte, entrambe verso una meta, uno scopo, una terra non più promessa ma solo donata con la paura addosso di essere incompresi o scacciati da piedi ben più organizzati dentro gli anfibi.

Nel silenzio di una piccola cappella, una pieve salvata dall’incuria, ho visto fuori, ben allineate, una stuoia di scarpe orfane di piedi, sembravano prendere fiato, attendere, e nell’attesa liberare un odore acre di libertà.
Quelle scarpe sembravano chiedere scusa, mentre testimoniavano la postura e i vizi dei loro proprietari, di essere ancora necessarie, vincolate dai mantelli catrami delle città bunker.
Quelle scarpe sembravano chiedere di essere smesse… per sempre.