Three Peaks Challenge?

Starò in Italia fino a lunedì.
Mi piace stare in una piccola contea fuori da Udine (Cussignacco), circa 5.000 abitanti, dove si va ancora al bar e non esistono takeaway per il caffè, e dove si incontra ancora la gente per caso, mentre si aspetta che ti passino il giornale da leggere, fra un tajut (bicchiere di vino, in friulano) e l’altro. Ed è proprio di questa lentezza che voglio parlare oggi.

Redazione CdC
24 April 2026

Premetto che non so se esistano sfide simili in Italia e che, quando la sentii, pensai subito a queste boutade che vengono dal Regno Unito, come Dry January o Movember, ovvero reazioni estreme a situazioni estreme.
Ma quello di cui parlo oggi è esattamente l’opposto della lentezza che io bramo così tanto e che la Compagnia dei Cammini sostiene in qualche modo. È la sfida delle tre cime, o Three Peaks Challenge. Risale a un’idea del 1926, una prima bozza, e consiste nel raggiungere le cime più alte di:
Scozia: Ben Nevis (1.345 m)
Galles: Snowdon (1.085 m)
Inghilterra: Scafell Pike (978 m)
Il tutto, includendo gli spostamenti in auto (circa 10-11 ore, a seconda del traffico e del guidatore), in meno di 24 ore.
Non so cosa stiate pensando. Io lo so, ma non lo scrivo, perché non sarebbe carino né adatto a una newsletter come questa. Le charities (associazioni senza scopo di lucro: molti lo fanno per raccolte fondi, stile maratona, quindi almeno da quel lato cercano di salvarne l’aspetto positivo) dicono che circa 30.000 persone tentano l’impresa ogni anno.
Non mancano le critiche: erosione dei sentieri percorsi a gran velocità, macchine che sfrecciano all’impazzata, impatto ambientale e flussi esagerati in certi periodi (specialmente nei weekend estivi). Non ultimo, la sicurezza, visto che almeno una delle cime viene affrontata completamente al buio.
Sul TGO (The Great Outdoors), la rivista outdoor più famosa qui, nel numero di maggio c’è un tentativo di riabilitare questa sfida: c’è chi la fa senza auto, coprendo tutte le 500 miglia in circa 20 giorni. Ma anche lì, per completarla, bisogna fare quasi una maratona al giorno. Vedi Tina Page, che detiene il record del Three Peaks “unsupported”.
È chiaro che lentezza e record non vanno molto d’accordo. C’è anche chi prova varianti più “pure”, evitando le vie normali, più veloci e affollate, per cercare percorsi più interessanti e impegnativi, magari in scrambling.
Qui si intravede qualcosa di più vicino ai nostri binari: solitudine, niente tempo limite, massimo coinvolgimento. Vista la difficoltà e l’impegno richiesto, bisogna stare nel momento.
Comunque alcuni considerano il Three Peaks Challenge una sorta di rito di iniziazione: per molti è il primo approccio alla montagna. E il fatto di provarci e non riuscirci diventa comunque un atto di ammissione e di apprendimento, quasi un’anti-performance.
Sarà. E forse noi in Italia non siamo affatto immuni da questa voglia di fare una cima dopo l’altra, anche nello stesso giorno.
Ma domani ho proprio voglia di camminare con un asino, senza neppure guardare l’orologio. E questo sarà uno dei miei prossimi racconti.
Nessun record, mi dispiace.
Dal vostro inviato dal Regno Unito,
Dave