Una domanda irricevibile

Se si facesse un rilevamento delle domande che più frequentemente si ascoltano sui sentieri, una sbaraglierebbe di gran lunga tutte le altre: «Quanto manca?».
Il punto è: «Quanto manca» a che cosa? Cos’è che manca a così tante persone durante giornate di vacanza, immerse in paesaggi piacevoli e spettacolari, finalmente in cammino all’aria aperta, senza dover timbrare il cartellino o dover raggiungere in tempo la riunione?

Franco Michieli
1 August 2026

Ci sono giornate di affollamento estive in cui, scendendo lungo un sentiero di accesso a un rifugio e incrociando centinaia di persone in salita, il quesito «quanto manca?» ci viene rivolto così tante volte che a me pare di entrare in una commedia dell’assurdo. Una rappresentazione teatrale en plain air di “Aspettando Godot” di Samuel Beckett, dove Godot non arriva mai e in definitiva si sospetta che l’attesa non riguardi altro che la morte. Lo aveva ben capito Henry D. Thoreau che proprio nelle prime due righe del suo capolavoro Walden, dove narra gli anni vissuti nel cuore della natura in una capanna, espresse così lo stesso concetto: «Andai nei boschi perché desideravo vivere con saggezza […], e per non scoprire, in punto di morte, che non ero vissuto».
Stare là, dunque: il contrario del contare il tempo che manca. Fu questo pensiero che a 19 anni mi spinse ad attraversate a piedi le Alpi dal Mar Ligure al Mar Adriatico: vivere la durata di un tempo alpino dove, nel corso dei mesi, la partenza e la conclusione si trovino talmente lontane da cancellarsi dalla mente, lasciando spazio puro al divenire delle montagne e dei passi, che si riversa dentro e diventa nuova identità personale.
Da allora ho continuato a tornare in quella dimensione, ricercandola anche nei cammini che condivido con i soci della Compagnia, sia pure per tempi più brevi. La scelta di non usare cartine e GPS, di non fare calcoli di dislivelli e chilometri, aiuta tutto il gruppo a non fissarsi sulla quantificazione numerica delle tappe, a non camuffare i luoghi da traguardi.
Le guide più esperte hanno comunque imparato come rispondere alla domanda fantozziana del «Quanto manca?». Ovvero: «Mah! Dipende. Difficile dirlo. Vedremo come camminiamo, se sostiamo o no; magari il sentiero si perde e anche il meteo potrebbe cambiare, chissà! Del resto la misura del tempo è una convenzione…». Se poi qualche compagno risulta davvero ossessionato e non cede, si entra nella modalità automatica, rispondendo sempre e comunque «Circa 15 minuti». I ragazzi dei cammini WildFox di questi ultimi anni l’hanno imparato e ci scherzano sopra.
Durante i momenti di condivisione però si affronta il vivo della questione e si evoca il mondo perduto che potrebbe liberarci dall’ansia capitalistica di «arrivare», non importa dove. Quella domanda infatti è espressione di un’involuzione culturale avvenuta nel passaggio da Preistoria a Storia, o meglio dal venir meno delle visioni dei popoli nativi sostituite da quelle delle grandi civiltà, e ancor più dalle ideologie moderne.
In poche parole, si tratta della ghigliottina culturale che ha separato l’essere umano dal resto della natura, ovvero l’intelletto umano da ciò che sarebbe solo materia meccanica, oggetto nella nostra disponibilità (si veda il successo delle tesi del filosofo Cartesio). Nel nostro caso, anche un cammino dovrebbe adattarsi alle nostre pretese mentali di velocità e comodità, senza che la vita Altra–dall’-uomo ci infastidisca. Una tradizione plurimillenaria ha esaltato il pensiero intellettuale e cancellato il significato della percezione permanente del mondo di cui siamo parte e in cui siamo immersi. La coscienza di esistere solo in quanto siamo relazione – una relazione rivelata dall’interazione continua con l’ambiente, fatta di percezioni e influenze reciproche, perché ogni ambiente percepisce la nostra presenza – è il tesoro perduto dall’umanità, custode dei segreti per non estinguerci.
Nessun nativo delle foreste, dei deserti o degli arcipelaghi, nessun animale selvatico, nessun seme portato dal vento o dalla corrente viaggerebbe chiedendosi «quanto manca?». Se in cammino non diamo inizio a un ritrovamento di quel percepirci durevolmente unico corpo assieme alla Terra, se non sentiamo la gioia di essere in quel tempo riuniti alla sorgente dell’essere, e invece chiusi in noi stessi, annoiati dallo sforzo, aspettiamo con ansia che quel momento finisca, perché ci mettiamo in cammino?
Per tutto ciò «Quanto manca?» è una domanda irricevibile. Quando partiamo, chiediamoci piuttosto: «Quanto dura ancora la meraviglia della vita, per esserne partecipi?».
Franco Michieli