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Riflessioni

La speranza non va mai in quarantena

C’è stato un tempo in cui, ogni volta che partivo per un cammino, venivo preso in giro. C’era anche di peggio, persone con cui lavoravo che mi davano dell’irresponsabile, in modo più o meno velato. O del mona.
Facevo fatica a spiegarmi. Sono dovuti passare degli anni prima di riuscire a scriverne. Cercavo di dire, negli articoli e nei libri, che il cammino è un’esperienza potente, un’epifania, un’emergenza, un tempo sospeso in cui appaiono i segni di un’altra vita possibile. Ora che siamo in un’emergenza planetaria, e ci troviamo in un tempo sospeso in cui riflettere sui lavori che facciamo, sulle nostre relazioni, sui talenti sprecati, sui ritmi vorticosi e sui cambiamenti che potremmo mettere in atto in futuro, mi rendo conto di aver fatto bene a prendermi del mona e partire.
Fatti bastare poco, mi diceva la strada aperta, fermati agli incroci e pazienta prima si scegliere la via, godi della pioggia come della canicola, trova la forza per affrontare la salita, sii cauto nelle discese, e se non hai acqua o cibo spera di incontrare qualcuno che te ne dia, spera nella tua determinazione prima che nelle tue gambe, spera di perderti e di perdere i giudizi con cui sei partito, spera di farcela ma accetta la possibilità di uscirne sconfitto, spera di diventare umile, di vincere col piglio dello sconfitto e di perdere conservando un certo nitore negli occhi. Il cammino mi ha insegnato innanzitutto a sperare.
Per cui se ogni giorno scrivo, in questi vani post, che si deve sperare, non è per posa, credetemi, è perché l’ho imparato camminando per migliaia di chilometri con uno zaino sulle spalle.
La speranza non va mai in quarantena. Preferisco passare per mona, che perdere la speranza.