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Rientro difficile dalla Sardegna

E’ difficile! Difficile ritornare seduta ore davanti al monitor del pc, difficile andare alle riunioni di lavoro negli uffici pubblici, difficile guidare la vespa nel traffico impazzito della città a pezzi, difficile camminare sui marciapiedi occupati dalle macchine e ricoperti di sudiciume e immondizia, difficile rivestirsi di tutti quei panni di cui mi ero spogliata, difficile inventarmi i tanti volti che mi si richiedono nelle diverse situazioni in cui mi trovo a che fare, difficile vedere le stelle, difficile sentire i profumi nell’aria, difficile respirare dove vorresti solo tapparti il naso, difficile essere qui e ora quando vorresti solo trovare una porta segreta che ti faccia uscire di nascosto da dove sei, difficile sentire con tutti i sensi quando sai che è meglio se non vedi, non senti, non tocchi. Difficile riuscire a reincanalare una botta di energia liberata nel mio corpo che vaga come una mina e si traduce in un gran mal di testa. 
In tutta questa difficoltà mi chiedo, mi interrogo molto su cosa significa per me ritrovarmi qui, in una città dai contrasti così insanabili, in un posto così difficilmente comprensibile, su come occorre che io ci sia e allora mi dico che anche per questa città occorre sviluppare dei sensi speciali per viverla, dei sensi molto più raffinati, delle capacità molto più sensibili, uno sguardo molto più generoso per avvertire quella proverbiale saggezza e quello spirito un pò beffardo che fa resistere Napoli nonostante tutti quelli che la depredano e la feriscono a morte tutti i giorni.
Questo è un po’ il senso del mio rientrare dopo l’esperienza forte della Sardegna. E’ stata proprio un’esperienza di primavera e di risvegli, risveglio della natura, risveglio dei sensi, risveglio dell’anima. Un’esperienza preparata sapientemente da altri che aspettava solo di essere vissuta e che gli si dicesse di SI. Si a farsi svegliare dall’alba, si a ritrovare il suolo per il riposo notturno, si all’immergersi nel mare ancora gelato al termine del cammino, si al silenzio armonico della natura, si ai sottili profumi, si alle forme e colori disegnate dal più creativo degli architetti, curate dal più sapiente dei giardinieri, si all’aprirsi all’altro, si al passo del gruppo, si all’ascolto del proprio respiro, si alla vista degli spettacoli delle rocce, del mare, delle grotte, degli alberi centenari, dei prati di ciclamini, delle euforbie, dei cisti, dei terebinti. 
E quel SI quotidiano, ripetuto ognuno degli otto giorni di cammino, grazie alla presenza discreta dell’altro e grazie al contatto con il riaprirsi potente della natura, ha permesso anche il riaprirsi di sconosciute strade interiori, il liberarsi di prigioniere emozioni, lo schiudersi di una sotterranea vitalità desiderosa di rivedere la luce. 
Questo mi ha permesso di vedere uomini e donne normalmente impegnati nella società civile, chiacchierare seduti sui rami di un albero lanciando le carrube ai maiali che pascolavano di sotto, strisciare infagottati nei loro sacchi a pelo sulla spiaggia per stare più vicini contro il vento freddo della notte, sorridere davanti al rosso di un’alba, rincorrere dei maiali per farli uscire dal cancello, lanciarsi felici come bambini per nuotare forte nel mare, chiedere il permesso di piangere per un ramo arrivato in faccia, discutere sul nome di una pianta, sui versi degli animali o su quali fumetti ci fossero nel buon vecchio amato Corriere dei Piccoli.
Tutto questo è “valso il viaggio” per me, usando un’espressione diventata un tormentone durante il cammino, per richiamare l’attenzione degli altri per quelle situazioni o avvenimenti o incontri, anche culinari, che davano una tale soddisfazione che a quel punto il viaggio sarebbe potuto anche terminare lì.
Ma più di tutto per me è “valso il viaggio” quando il primo pomeriggio ci siamo ritrovati in una valletta dove i maiali pascolavano liberi tra le peonie, è l’immagine del paradiso e la porterò per sempre impressa nel cuore.

Irene