Riti e maschere in Sardegna: il primo cammino in Barbagia

La prima volta che ho pronunciato ad alta voce il titolo di questo viaggio — Riti e maschere in Sardegna — avevo ancora addosso l’emozione di chi sta per aprire una porta antica, di quelle che cigolano non per usura, ma per creare atmosfera. Guidare un cammino in Barbagia durante la settimana di Carnevale non è accompagnare un gruppo: è custodire un passaggio. Perché qui il Carnevale non è soltanto festa, non è travestimento leggero: è carrasegare (traduzione: tagliare la carne viva dell’uomo), è rito che mette alla prova, che scompiglia e poi ricompone.

Matteo Casula
27 Marzo 2026

Siamo partiti il Giovedì Grasso, con gli zaini regolati e gli sguardi già affamati di incontri. Davanti a noi una linea di paesi che, uno dopo l’altro, avrebbero costruito il racconto: Mamoiada, Orani, Orotelli, Ottana, Olzai, Gavoi e Ovodda. Dietro di noi, la vita di tutti i giorni; davanti, una Sardegna più interna, più ruvida, più vera—quella che non si mostra, ma si concede a chi cammina.

L’incontro con i mascherai, con le mani segnate dal lavoro e gli occhi pieni di storie, ha dato subito il tono al cammino. Parlare con loro non è ascoltare spiegazioni: è entrare in una visione del mondo. Ricordo bene un silenzio collettivo, di quelli che nascono quando tutti capiscono di essere davanti a qualcosa che vale.
E una frase, tra le molte, ha iniziato a circolare nel gruppo come un’eco “indossando la maschera, si perde l’identità”. Da guida, mi sono accorto che quel pensiero non sarebbe rimasto teoria, avrebbe camminato con noi.
Nei giorni successivi, tra Orani, Orotelli e Ottana, il cammino si è fatto più denso. La Barbagia ti entra dentro a piccoli colpi: un profilo di montagna che sembra un profilo di una maschera, un muretto a secco che divide senza separare, un volto incontrato per strada che ti saluta come se fossi atteso.
Come guida, in quelle tappe ho sentito il gruppo trasformarsi. All’inizio ci si osserva, ci si misura; poi, passo dopo passo, le persone si sciolgono. La fatica diventa ritmo, la pioggia, quando arriva, diventa racconto, il vento diventa compagno. E soprattutto, la cultura non resta tema, diventa presenza.
È lì che ho riconosciuto negli occhi dei camminatori quella sorpresa speciale, la sorpresa di scoprire che le tradizioni non sono un museo, ma un organismo vivo fatto di comunità, di orgoglio, di cura.
Da guida, mi sono ritrovato spesso un passo indietro, non per distanza, ma per lasciare spazio, spazio alle conversazioni nate tra due tornanti, alle risate improvvise, ai momenti in cui qualcuno si fermava solo per guardare. In un cammino così, anche i piccoli disagi diventano maestri, ti insegnano a stare, a semplificare, a condividere.
Ed è stato naturale, a quel punto, ascoltare una delle riflessioni più potenti emerse nel gruppo, quasi un manifesto di ciò che stavamo vivendo:
“Camminatori, nel nuovo cammino maschere in Sardegna… gli artigiani mascherai ci raccontano che indossando la maschera… perdi, o meglio, cambi la tua identità. Direi che ciò corrisponde a ciò che ti accade durante/ nel cammino. Esso, passo dopo passo, ti cambia e sempre in meglio. Natura, piccoli disagi, panorami con bellezze inaspettate, chiacchiere leggere e leggiadre coi compagni di cammino, modificano lentamente la tua persona. Inizi in un modo e concludi… con diversi arricchimenti emotivi e non. Forse, inutile, per me, aggiungere altro. Grazie a chi consente la fattibilità di queste esperienze. Grazie a te: Sardegna ed a voi: Maschere.”
Quando una persona dice una cosa così, tu capisci che il cammino ha raggiunto il suo centro.
E poi è arrivata Ovodda, come arrivano le cose che contano: non come un evento, ma come una resa dei conti emotiva. Il Carnevale lì non lo guardi soltanto, lo attraversi. È un’energia che sposta, che confonde, che unisce. Da guida, ho percepito la responsabilità di accompagnare il gruppo dentro quella intensità, lasciando che ognuno trovasse il proprio modo di stare, vicino, dentro, o appena al margine.
È stato un epilogo perfetto perché non chiudeva il cammino, ma lo completava. Dopo giorni di passi, di ascolto, di incontri, Ovodda è stata la prova vivente di ciò che avevamo cercato, il rito nel presente, la tradizione come battito.
Alla fine, come succede sempre nei cammini veri, le parole migliori sono arrivate non durante, ma dopo, quando i partecipanti hanno iniziato a capire cosa portavano via con sé. E io, che ho avuto il privilegio di guidare questa prima edizione, ho raccolto alcune impressioni che per me sono la conferma più bella che potessimo desiderare:
“È stata un’esperienza davvero intensa e autentica.
Conosco e amo già questa regione, ma questo percorso mi ha fatto scoprire un’altra faccia della Sardegna, ancora più profonda: quella delle tradizioni vive, dei riti, delle maschere e delle persone che le custodiscono con passione.
L’incontro con i mascherai è stato uno dei momenti più belli: ascoltare le loro storie, vedere da vicino il lavoro artigianale e percepire il valore simbolico e culturale di ogni maschera è stato emozionante e prezioso. Non è stato solo un cammino nella natura, ma anche un vero viaggio dentro l’identità sarda.
La natura, come sempre, è stata meravigliosa: paesaggi forti, autentici, pieni di anima, capaci di accompagnare ogni tappa con bellezza e silenzio.
Porto a casa tanta gratitudine per questa esperienza, perché mi ha fatto sentire ancora più vicina a una terra che amo molto. E aver partecipato al Carnevale di Ovodda è stato un bellissimo epilogo del cammino: proprio grazie a questo percorso ho potuto conoscere questa tradizione, viverla da vicino e sentirmi, almeno per un momento, parte di essa.”
“Terra selvaggia e popolo fiero; questa è la Barbagia che ho visto. È stato per me un incontro di Natura, Tradizioni e Genti forti e gentili, che ancora oggi vivono in modo profondo e personale il loro Carrasegare.”
“Una immersione nell’altra Sardegna, quella ancestrale, fiera, quella senza mare, diversa dalla Sardegna «smeraldina» impressa nell’immaginario dei più. Un diverso concetto di carnevale, anzi di carrasegare, radicato e vivo nelle diverse comunità con modalità e maschere caratteristiche per ognuna. Affascinante!”
Se ripenso a questa prima volta—al Giovedì Grasso con i volti ancora puliti e al Mercoledì delle Ceneri con gli occhi già cambiati—capisco che il cammino ha fatto ciò che prometteva, non ha mostrato maschere, ha mostrato identità. E lo ha fatto nel modo più rispettoso possibile: camminando, entrando piano, ascoltando molto.
La Barbagia ci ha accolti come accoglie chi non chiede spettacolo, ma verità. E io, da guida, porto via la stessa certezza che ho visto nascere nei partecipanti. Qui, in questa settimana sospesa tra festa e rito, la Sardegna non si visita soltanto, si incontra.

Matteo Casula